Blog vuol dire fiducia, comunità e cambiamento!

Posted on giugno 25, 2007. Filed under: Cultura, Internet |

Mi sembrava giusto citare questo articolo tratto da Punto Informatico, per mettere in risalto come le fonti di informazioni si stanno evolvendo nella nostra era.
Buona lettura.

I blog più noti ed autorevoli ispirano più fiducia in chi li segue di quanto non facciano i media tradizionali. Questa una delle più interessanti conferme che emergono dall’inchiesta di Diario Aperto, un’indagine che, come sanno i lettori di questo giornale, si basa su quanto raccolto tra fine gennaio e metà aprile con la collaborazione di oltre 4mila autori e lettori di blog da SWG, Splinder, Università di Trieste e Punto Informatico. Una rilevazione sui generis, generata in un contesto aperto e collaborativo, teso a evitare facili incasellature e classificazioni, per spingere invece sulla conoscenza delle diversità che si muovono nei, per, attorno e dai blog.

Ad emergere, ad esempio, il fatto che di questi autori e lettori l’83,9% riponga molta o abbastanza fiducia nei blog più autorevoli, un valore significativo e più alto rispetto a quello concesso a quotidiani cartacei (73,1%) o alle versioni Internet dei quotidiani (75,6%) e molto più alto rispetto a telegiornali e radiogiornali (45,6%). Non solo, l’89,9% ritiene i blog più liberi, con meno censure, e il 71,9% li definisce nel complesso “più interessanti”.

I blog sono interessanti perché slegati da pressioni editoriali e commerciali ritenute più vicine al giornalismo tradizionale dal campione analizzato. E sono apprezzati perché riportano contenuti più originali e più liberi rispetto ad altre fonti di informazione mediatica (rispettivamente per l’89,3% e l’89,9% dei rispondenti). A questo proposito, non è casuale il fatto che il 64,2% degli autori di blog, nell’atto di pubblicare un post, dichiari di non avere in mente un ipotetico target di lettori come invece accade per il giornalista tradizionale. Spesso si scrive per se stessi, anche se sono molti coloro che dichiarano di scrivere per tutti indistintamente (44,1%).

Ma i blog non sono estranei al contesto mediatico: se è vero che il blog rappresenta una arena di dibattito con meno controlli e più passioni, è anche vero che i mass media ricorrono nei contenuti pubblicati dai blog. Il 48,8% dei blogger conferma il ricorso a siti professionali di news, giornali cartacei, tv, radio e altri media per trarre “spunti” per i propri post (il 28,6% fa ricorso anche a media non digitali).

La cosa cambia quando a scrivere sono donne, molto più attente alla dimensione quotidiana: l’80,9% delle donne (contro il 53,7% degli uomini!) dice di utilizzare episodi della vita reale tra le fonti principali dei propri post. E il 39,7% delle donne (contro il 23,6% degli uomini) dichiara di leggere determinati blog a causa del “rapporto di amicizia con l’autore”. E sono molto attive: il 40,3% delle autrici di blog scrive su più di un blog; la percentuale al maschile è del 32,7.

Ma proprio il forte ricorso ai contenuti dei media mainstream suscita due riflessioni: la prima è che il blog, medium soggettivo per sua natura, costruisca “senso” e “valore critico” grazie alla rete di relazioni, alla blogosfera in cui è inserito e che riconosce e da cui è riconosciuto; la seconda invece è che a determinare l’agenda del blog siano gli stimoli dei media tradizionali con tutto quello che ne consegue. “Ci appare chiaro – dichiarano gli autori dello studio – quale sia l’influenza dei produttori tradizionali di informazione (quasi sempre giornalisti ovvero “professionisti” del mestiere che lavorano in un mercato determinato da regole e pressioni) a dettare l’agenda delle informazioni anche all’interno dei blog”.

Ed è comprensibile il sussistere di un approccio ludico, leggero e sperimentale al blogging: alla domanda se i blogger debbano avere le stesse responsabilità dei direttori dei giornali il 56,6% si dice contrario (e il 13,7% non sa/non risponde). L’attività di blogging così sembra gioco, sperimentazione, distacco da regole predefinite socialmente prima del blogging o fuori da esso: pochissimi (13%) vogliono una legge che aumenti il controllo su quello che viene scritto sui blog. Questi dati colpiscono se si confrontano con l’abilità professionale del giornalista nel mercato editoriale a cui è richiesto solitamente di sapersi rivolgere nei suoi prodotti giornalistici a un target specifico. “Esiste ancora quindi – spiegano i ricercatori – una dimensione del blogging assolutamente da non sottovalutare ovvero la dimensione sperimental-esplorativa. L’elemento ludico nell’approccio alla scrittura è essenziale: con le fonti si gioca in un sistema con regole non scritte totalmente interne, dove il rapporto con l’esterno (giornalisti professionisti e media tradizionali) è ancora irrisolto, quanto quello con la propria audience”.

Volendo considerare autori e lettori di blog individui che vivono una dimensione informativa ampia e consapevole, che comunica molto (il 69,6% usa un instant messenger almeno una votla alla settimana e spesso lo fa anche con l’ausilio della webcam), si passa link, dati ed opinioni, è interessante notare come il 56,2% del campione non usi mai o raramente i feed reader, il 66,1% non usi mai o occasionalmente i newsgroup e le webchat siano letteralmente dimenticate dal 76,8%. “Malgrado il successo di accessi di Wikipedia – sottolineano i ricercatori di Diario Aperto – diventare autori di un wiki è roba per espertoni: l’82,9% non è mai stato autore di un wiki o lo è stato solo occasionalmente. Resistono i forum, invece, per cui il 62,2% passa volente o nolente almeno una volta al mese e che hanno un particolare successo tra i più giovani”.

Come accennato, queste sono solo alcune estrapolazioni dell’enorme quantità di dati raccolti che già dai prossimi giorni saranno gratuitamente scaricabili dal sito di Diario Aperto, dati che saranno anche gratuitamente (ri)utilizzabili. Un effetto, spiegano gli autori dello studio, della diversità di Diario Aperto: “Se è vero che Diario Aperto tenta di incasellare i blog similmente a chi ci ha preceduto – spiegano gli autori – vogliamo sottolineare come lo scenario sia aperto alle bocche, anzi alle tastiere, dei singoli”. Tanto che su del.icio.us, sottolineano, “ognuno può archiviare il suo commento (o quello di un altro!) con la tag DiarioAperto dove abbiamo già archiviato quasi cento link che parlano bene e anche male di Diario Aperto”.

Quella che si profila come la più importante rilevazione sulla blogocosa nostrana è stata co-promossa anche da AdMaiora, BlogBabel, Blog di Grazia, BlogItalia, ProDigi e Running. L’appuntamento con tutti i dati è tra pochi giorni sul sito di Diario Aperto.

Annunci

Make a Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

3 Risposte to “Blog vuol dire fiducia, comunità e cambiamento!”

RSS Feed for MalagutiMania–>%Blog”!?@# quando Google non basta! Comments RSS Feed

bhe Internet ci ha dato una grande possibilità, una mano per cambiare questo mondo, per farci ragionare con la nostra testa, non si può più credere alle TV ed hai Giornali che sappiamo essere mossi da interessi commerciali e politici

Oggi i Blog fanno la notizia, le persone comuni fanno la notizia io sono felicemente daccordo con quest’articolo 😀

Il Blog è voce, è la possibilità di esprimere il proprio pensiero ancor meglio di un sito e di un Forum, è libero ed è gratis, se hai qualcosa da dire fatti un Blog, o partecipa al nostro 😉 https://malagutimania.wordpress.com/collabora-con-noi/

GLI EDITORIALI DI ANTONELLO DE PIERRO DIRETTORE DI ITALYMEDIA.IT

Vergognati, Maurizio!

di Antonello De Pierro

E’ un grido di dolore quello che si leva da qualche mese dal mondo della cultura, dopo che la televisione ha catapultato nelle case degli italiani il discusso programma denominato “Grande Fratello”, creando un prodotto inconsistente, che è stato immediatamente e incomprensibilmente rapito dalle cronache dei media. E quando parlo di cultura naturalmente mi riferisco a quella con la c maiuscola, quella dei grandi (purtroppo pochi) uomini, quella nella sua accezione più ampia, quella che ha da sempre rifiutato di nutrirsi di surrogati ideologici e di imparare la lezione della buona ipocrisia, tanto amata dai più. Eppure la televisione, che ormai da anni affoga in una programmazione demenziale, diseducativa, ripetitiva e scadente, ci aveva abituati da tempo allo squallore delle telenovelas e della soap opera, incollando ai teleschermi il popolo televisivo delle casalinghe, col grembiule al ventre, che tra un bucato e l’altro, per innaffiare l’arido giardino della solitudine giornaliera, si incantavano e sognavano di fronte ai miti improbabili di “Beatiful” o di “Quando si ama”. Si trattava sempre e comunque di artisti che, costretti da esigenze professionali e allettati da ingaggi stratosferici, legavano il proprio nome a produzioni di scarso valore culturale. Con il “Grande Fratello” si è valicato ogni limite di decenza, i colossali interessi economici hanno relegato in soffitta qualsiasi senso di moralità. Un manipolo di ragazzi comuni, messi per cento giorni a colloquio con l’occhio freddo di una telecamera “guardona”, sbattuti davanti a pupille spalancate collegate a cervelli altrettanto ristretti, e scaraventati verso una notorietà di cartone non supportata da un’adeguata preparazione professionale. Un business ben congegnato, che ha affondato facilmente le radici in un terreno intriso di sottocultura e ignoranza, atto a spremere come limoni le illusioni di un gruppo di giovani che forse avrebbero potuto intraprendere carriere sicuramente più idonee alle loro attitudini, piuttosto che essere magnificati dai “polli d’allevamento” dell’Italia provinciale che si entusiasma di fronte a tutto ciò che passa sul piccolo schermo, ma essere sottoposti giustamente al mortificante rito dell’irrisione da parte delle vere teste pensanti nazionali. Ed ecco invece i vari Pietro, Salvo, Marina, Cristina, Rocco, Lorenzo, invasati da una droga che si chiama successo, correre con la naturalezza dell’inevitabile, a suon di apparizioni varie, verso un futuro incerto, segnato da suggestioni pseudo-professionali. Di fronte ad una tale situazione non posso avvolgere le mie parole nella carta zuccherata e rinunciare a dissotterrare l’ascia di guerra della polemica. C’è una categoria in Italia fortemente rappresentata, quella degli artisti veri, spinti dal comando imperioso di un’acrobatica passione per lo spettacolo, che annaspa da sempre nell’oceano della precarietà e vive costantemente in bilico sul baratro della disoccupazione. Le scuole di preparazione artistica ne sfornano a centinaia; basta girare i teatri, anche i più piccoli, per scoprire veri talenti, di cui l’Italia non è mai stata avara. E invece ecco apparire improvvisamente sulla scena Marina La Rosa, che ubriacata dalla popolarità riesce ad offendere finanche quei fotografi che da sempre hanno fatto la fortuna dei vip, definendoli “braccia rubate all’agricoltura”; la Sofia nazionale ancora venera i professionisti dei flash a raffica ( comunque c’è da dire che sulla Loren le brume del mito si sono posate davvero). Ma il prodotto più scandaloso si chiama Pietro Taricone, che calzando la sua normale faccia da bullo di paese riesce incredibilmente a vendere la sua presenza a fior di milioni nelle discoteche di provincia e nei suoi sogni lascia ingenuamente galleggiare un futuro alla Kevin Costner: l’importante è crederci, ma purtroppo il risveglio sarà doloroso e disastroso

E’ già criticabile l’operazione, che ha messo a nudo il livello di sottocultura di gran parte degli italiani, ma purtroppo per i produttori televisivi, non è facile sacrificare i propri interessi sull’altare della cultura, della moralità e del buonsenso. Ma quando un giornalista di grande spessore, con vocazione da imprenditore, marcia con i cingoli sopra ogni principio etico-professionale, allora
il caso diventa inquietante. Quanta popolarità in meno avrebbero ottenuto i ragazzi “usa e getta” del “Grande Fratello” se non fossero stati foraggiati dall’ala protettiva di Costanzo, che li ha aiutati a continuare la semina dei germi di tutti gli aspetti deteriori dell’odierna società? Probabilmente i valori del grafico di notorietà sarebbero molto più modesti. Caro Maurizio, pesa su di te una forte responsabilità morale, sia nei confronti di quelli che il successo l’hanno cucito sulla propria pelle, strappando l’ago e il filo a rinunce e sacrifici fatti nelle scuole, nei teatri, nelle piazze, e sia nei confronti delle fasce più deboli dell’esercito dei telespettatori. Ho visto un giorno in un mercato un bambino giocare con dei soldatini e chiamarli con i nomi dei protagonisti del grande fratello. Hai sostenuto una trasmissione che, anche se con un ipocrita “bip” celava certe espressioni colorite, non dava comunque molto spazio all’immaginazione per capire, risultando quindi altamente diseducativa, tenuto conto anche della fascia oraria in cui veniva trasmessa. Sono tanti i petali di simpatia persi da te in questa occasione. Infine, colpito da un delirio di onnipotenza hai pensato bene di organizzare una puntata chiamata “Pietro contro tutti” in prima serata, con un Taricone versione re dei “coatti”, con canotta strizzamuscoli senza maniche, a troneggiare sul palco del teatro Parioli, ingaggiando un vittorioso “braccio di ferro” a colpi di audience con “La Piovra”, pellicola a interesse sociale in onda su Raiuno, mettendo a nudo ancora una volta, se qualcuno avesse avuto qualche ulteriore dubbio, il livello culturale dei telespettatori del “Maurizio Costanzo Show”. Un’ennesima conferma di come un grande giornalista abbia potuto bruciare sulla graticola dell’interesse economico, perché audience per te vuol dire sponsor, non dimentichiamolo, la propria credibilità professionale. Del resto in nome dell’audience avevi già rifiutato di ospitare in trasmissione i rappresentanti del “Comitato Vittime del Portuense”, perché chiaramente ventisette morti per te non hanno importanza, sono solo una lugubre contabilità di normale amministrazione giornaliera, di fronte al sacro inchino al potere dello sporco Dio denaro, a cui ti sei convertito e sottomesso. Vergogna!

Ufficio Stampa, mi puoi spiegare cosa ha a che fare la tua notizia riportata come commento?


Where's The Comment Form?

Liked it here?
Why not try sites on the blogroll...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: